Qualcuno è arrivato a parlare di un vero e proprio “cimitero digitale”. Il rapporto tra la morte e i social network è dunque un problema serio, da affrontare. Non mancheranno i risvolti positivi.
Un sociologo che vorrà analizzare la comunità umana di oggi tra cento o duecento anni potrà accedere ad un archivio dati davvero impressionante. Una quantità di documentazione che, nella storia, mai nessuno studioso aveva avuto a disposizione. Ma se sotto l’aspetto dello studio il “cimitero digitale” avrà ripercussioni positivi, restano gli interrogativi che ogni singolo utente potrà porsi.
La domanda comune è questa: che succederà al mio profilo nel momento in cui non ci sarò più?
Un fenomeno inquietante è quello dei chatbot, software nati per simulare una conversazione con un essere umano. I programmi imitano il comportamento di un soggetto sulla base delle loro parole e dei dati immessi in rete. Si è già arrivati alla creazione di un programma capace di far nascere un avatar virtuale dei defunti, basato sulle idee, sul modo di esprimersi, sui gusti e i comportamenti della persona che non c’è più. Insomma un avatar che non sapremmo distinguere dal soggetto reale.
È evidente che questo sviluppo delle tecnologie pone problemi non solo sul piano della tutela della privacy, ma anche della volontà del defunto.