Il contrasto è ben evidente nella tradizione del funerale di Carnevale, celebre commedia napoletana che Raffaele Viviani compose nel 1928. Pasquale Capuozzi, chiamato “Carnevale” per la sua taglia smoderata, era un meschino usuraio e, come capita a quelli come lui, quando morì, destò nel nipote Rafele e della domestica 'Ntunetta la speranza di una bella eredità. Capuozzi, però, non era morto affatto e, nella bara, cominciò a dimenarsi a far rumore. Aperto il “tavuto” si scoprì il tragico errore.
Carnevale era vivo.