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Mons. Monterisi, il vescovo che aiutava i salernitani durante la seconda guerra mondiale

Oggi dedichiamo la rubrica Fu Salerno all’arcivescovo Nicola Monterisi (Barletta 1867-Salerno 1944), simbolo di coraggio e di libertà di pensiero, che guidò la diocesi di Salerno dal 5 ottobre 1929 al 30 marzo 1944, giorno della sua morte.

Mons. Monterisi e la città di Salerno colpita dai bombardamenti

Tra giugno e settembre 1943 la città di Salerno fu colpita da numerosi bombardamenti, che portarono in città morte e distruzione. La violenza degli ordigni e i combattimenti che seguirono al 9 settembre 1943, quando la Quinta Armata sbarcò sulla costa salernitana nell’operazione denominata “Avalanche” (o “Valanga”), provocarono in città circa quattrocento morti e centinaia di feriti.
I danni materiali furono enormi: quindici mila vani distrutti, oltre cento ponti distrutti, un quinto dei fabbricati industriali in macerie. Mancava tutto: cibo, alloggi, mezzi di trasporto.
Le autorità pubbliche fuggirono, ma non l’arcivescovo, che rimase l’unico punto di riferimento per la popolazione.


La richiesta fatta ai sacerdoti della città di Salerno

Non solo Monterisi non scappò altrove, ma chiese ai suoi sacerdoti di fare altrettanto. Nella notte del 16 settembre 1943, durante un bombardamento, sarà colpita e distrutta la canonica di Santa Margherita e San Nicola del Pumpulo, nella zona orientale. Il giovane parroco, don Felice Ventura, perse la vita e, con lui, due giovani collaboratori: Matteo Rufolo e Michele Greco. Il sacerdote aveva 34 anni, Matteo 15, Michele 29. Il tempio fu distrutto, ma la Chiesa salernitana non era arretrata di un passo, rimanendo accanto alla popolazione martoriata dal conflitto.


Mons. Monterisi e la vicinanza ai più deboli

L’11 settembre 1943, il nuovo governatore della città, il colonnello statunitense Thomas Aloysius Lane, volle salutare monsignor Monterisi. L’arcivescovo lo esortò ad essere “rappresentante di nazioni civili presso una nazione civile” chiedendo che fossero rispettate le donne, le proprietà private e gli edifici di culto. Alle truppe americane, intenzionate a requisire il Seminario regionale, Monterisi oppose un fiero “no”.
E quando seppe che il maresciallo Badoglio aveva messo in dubbio la sua italianità, non esitò a ricordare: “Non permetto che si metta in discussione la mia italianità; mi sento e sono più italiano del maresciallo Badoglio. Quando il popolo è rimasto solo e stremato dalle sofferenze della guerra io, vecchio di 76 anni, col mio clero sono rimasto al mio posto a conforto e sollievo della popolazione, mentre il maresciallo Badoglio è scappato a Pescara!”.


La morte tra i poveri di Mons. Monterisi

L’11 febbraio 1944, il governo Badoglio trasferì la sua sede nella Salerno liberata. Monterisi morirà poco più di un mese dopo, il 30 marzo di quell’anno. E morì povero tra i poveri. Il 19 marzo era entrato nella Casa San Giuseppe, struttura d’accoglienza per gli anziani della città.

Spiegò: “Per un Vescovo è grande onore morire in mezzo ai poveri!”.
Oggi a Salerno prende il suo nome la scuola media “N. Monterisi” in memoria del suo costante operato la per la città..