“Per rispondere ai quesiti, assolutamente giusti e legittimi, faccio una premessa necessaria sul significato del rito funebre, proprio perché, venendo esso a mancare in questo periodo storico, lascia le persone sprovviste proprio di quella funzione interna che hanno i rituali.
Ogni civiltà organizza, intorno alla morte, riti, celebrazioni e usanze, dal significato religioso, sociale e antropologico. Nella nostra cultura, alla simbologia cattolica del rito intorno al corpo, del rito funebre e della sepoltura si affiancano i rituali e le usanze antropologiche, nate con l'intento di offrire vicinanza e consolazione alle persone che hanno vissuto il lutto, ma anche con la funzione, emotiva e affettiva, di prendersi un tempo per salutare il defunto.
Cito solo alcuni di essi: l'usanza di avere il corpo in casa, di significato religioso e antropologico, prima dell'avvio in chiesa per il funerale, permette alle famiglie e agli amici di comprendere la realtà dell'accaduto, affiancando all'immagine della persona cara, in vita, quella della persona senza più vita, passaggio fondamentale per l'accettazione della perdita, soprattutto nei casi di perdite improvvise e traumatiche. Altra usanza, a funzione antropologica e sociale, definita "il consolo", prevede che parenti e amici portino cibo già preparato ai familiari del defunto, così da mostrare loro cura, attenzione e vicinanza, provvedendo ad un nutrimento alimentare e affettivo.
Entrambi questi rituali, insieme a molti altri non citati, avvengono necessariamente attraverso la presenza fisica di parenti e amici e, non potendosi realizzare in questo momento, lasciano smarrite, sole e confuse le persone che stanno vivendo un lutto, che quindi non possono condividere il peso del dolore, né ricevere la consolazione di abbracci e vicinanza.”
“Certamente la vicinanza in assoluto è quella empatica, di partecipazione emotiva profonda e autentica al vissuto dell'altro. E questo tipo di vicinanza, al di là di usanze a volte formali a volte sentite, può essere trasferita in altri modi, anche senza la presenza fisica cioè attraverso la parola. La parola, scritta per messaggio o pronunciata a voce al telefono, acquista la funzione di ponte di dialogo tra persone fisicamente distanti, riducendo la separazione e assume la funzione di balsamo al dolore della perdita, per chi vive il lutto e ascolta la parola di un familiare o di un amico. Ma affinché la parola funzioni, è necessario che ci sia il sentire empatico e la vicinanza emotiva autentica. Diversamente è come un fare un gesto formale, così come mandare fiori o presenziare con il corpo vuoto di emozioni.
Questo vuol dire, soprattutto, che al di là degli impedimenti che stiamo vivendo in questo momento, funziona quello di cui abbiamo sempre bisogno, cioè il calore umano e la capacità di vicinanza e condivisione empatica, sia essa comunicata con la presenza fisica oppure mediata dai mezzi di comunicazione, poiché quando il vissuto è autentico, supera le distanze fisiche.”
Può essere importante, per i familiari e gli amici, avere un momento in seguito, per celebrare le esequie e accompagnare, simbolicamente e tutti insieme, la salma al trapasso. Così come può essere utile scrivere lettere o leggere brani per dedicarsi un momento per il saluto al proprio caro, pur non potendolo vedere e salutare realmente. Nel momento della benedizione della salma, che può avvenire solo in presenza di uno, tutti gli altri, ognuno nella propria casa, si dedica un piccolo rituale di saluto, dedicando un pensiero, uno scritto, una poesia alla persona deceduta, accompagnandolo e dandosi la possibilità di una chiusura emotiva, che è il senso del saluto, nel rito funebre.