Vivere il lutto al tempo del coronavirus: intervista alla Dott.ssa Daniela Marinelli, Psicologa Clinica e dell'Età Evolutiva e Psicoterapeuta

Vivere il lutto al tempo del coronavirus: intervista alla Dott.ssa Daniela Marinelli, Psicologa Clinica e dell'Età Evolutiva e Psicoterapeuta

La morte di una persona cara è già, in tempi normali, un fatto sconvolgente. Occorre tempo perché il lutto possa essere elaborato e si riesca a convivere con quell'assenza che pesa sul cuore. Nella quotidianità però si ha il supporto di familiari e amici, si celebra il funerale come ultimo atto di addio e lo stesso commiato, gli ultimi giorni di vita di un proprio familiare o amico è accompagnato, con dolcezza, da tanti gesti di vicinanza.

In piena emergenza, invece, questo non è possibile. Si deve convivere con quel sottile senso di colpa di aver lasciato solo il proprio caro, di non essergli stati accanto stringendogli per le ultime volte la mano o scambiando con lui le ultime parole. Se l'esperienza della morte è già dolorosissima, lo è ancora di più in questi giorni.

Abbiamo interpellato la Dott.ssa Daniela Marinelli, Psicologa Clinica e dell'Età Evolutiva e Psicoterapeuta, perché ci aiutasse in questo momento chiedendole di rispondere ad alcune nostre domande.

Si riuscirà mai a superare il trauma e il dolore moltiplicato da questo sentimento di colpa?


“Per rispondere ai quesiti, assolutamente giusti e legittimi, faccio una premessa necessaria sul significato del rito funebre, proprio perché, venendo esso a mancare in questo periodo storico, lascia le persone sprovviste proprio di quella funzione interna che hanno i rituali.
Ogni civiltà organizza, intorno alla morte, riti, celebrazioni e usanze, dal significato religioso, sociale e antropologico.
Nella nostra cultura, alla simbologia cattolica del rito intorno al corpo, del rito funebre e della sepoltura si affiancano i rituali e le usanze antropologiche, nate con l'intento di offrire vicinanza e consolazione alle persone che hanno vissuto il lutto, ma anche con la funzione, emotiva e affettiva, di prendersi un tempo per salutare il defunto.

Cito solo alcuni di essi: l'usanza di avere il corpo in casa, di significato religioso e antropologico, prima dell'avvio in chiesa per il funerale, permette alle famiglie e agli amici di comprendere la realtà dell'accaduto, affiancando all'immagine della persona cara, in vita, quella della persona senza più vita, passaggio fondamentale per l'accettazione della perdita, soprattutto nei casi di perdite improvvise e traumatiche. Altra usanza, a funzione antropologica e sociale, definita "il consolo", prevede che parenti e amici portino cibo già preparato ai familiari del defunto, così da mostrare loro cura, attenzione e vicinanza, provvedendo ad un nutrimento alimentare e affettivo.

Entrambi questi rituali, insieme a molti altri non citati, avvengono necessariamente attraverso la presenza fisica di parenti e amici e, non potendosi realizzare in questo momento, lasciano smarrite, sole e confuse le persone che stanno vivendo un lutto, che quindi non possono condividere il peso del dolore, né ricevere la consolazione di abbracci e vicinanza.”


Siamo costretti a mantenere le distanze, anche verso chi deve convivere con la morte di un familiare. Come possiamo, anche dalle nostre case, stare vicino a chi sta vivendo il lutto?


Certamente la vicinanza in assoluto è quella empatica, di partecipazione emotiva profonda e autentica al vissuto dell'altro. E questo tipo di vicinanza,  al di là di usanze a volte formali a volte sentite, può essere trasferita in altri modi, anche senza la presenza fisica cioè attraverso la parola. La parola, scritta per messaggio o pronunciata a voce al telefono, acquista la funzione di ponte di dialogo tra persone fisicamente distanti, riducendo la separazione e assume la funzione di balsamo al dolore della perdita, per chi vive il lutto e ascolta la parola di un familiare o di un amico. Ma affinché la parola funzioni, è necessario che ci sia il sentire empatico e la vicinanza emotiva autentica. Diversamente è come un fare un gesto formale, così come mandare fiori o presenziare con il corpo vuoto di emozioni.  

Questo vuol dire, soprattutto, che al di là degli impedimenti che stiamo vivendo in questo momento, funziona quello di cui abbiamo sempre bisogno, cioè il calore umano e la capacità di vicinanza e condivisione empatica, sia essa comunicata con la presenza fisica oppure mediata dai mezzi di comunicazione, poiché quando il vissuto è autentico, supera le distanze fisiche.” 



Non si è presenti nel momento della morte, ma non si potrà celebrare nemmeno un funerale. Al massimo una benedizione alla salma alla presenza di un solo familiare che potrà portare con sé qualche oggetto appartenuto al defunto. Nient'altro. Quando tutto sarà finito, quanto sarà importante, sotto l'aspetto psicologico, celebrare le esequie per dare l'ultimo saluto alla persona cara? 


Può essere importante, per i familiari e gli amici, avere un momento in seguito,  per celebrare le esequie e accompagnare, simbolicamente e tutti insieme, la salma al trapasso. Così come può essere utile scrivere lettere o leggere brani per dedicarsi un momento per il saluto al proprio caro, pur non potendolo vedere e salutare realmente. Nel momento della benedizione della salma, che può avvenire solo in presenza di uno, tutti gli altri, ognuno nella propria casa, si dedica un piccolo rituale di saluto, dedicando un pensiero, uno scritto, una poesia alla persona deceduta, accompagnandolo e dandosi la possibilità di una chiusura emotiva, che è il senso del saluto, nel rito funebre.


Alle 18 di ogni giorno, la Protezione civile comunica il numero dei defunti e degli ammalati. Centinaia di morti ogni giorno. Nel conoscere queste notizie c'è dolore, soprattutto se ascoltiamo le storie di alcuni scomparsi, in cui ci immedesimiamo. Ma questo genera anche paura. Come controllarla perché non diventi talmente pesante da bloccare la quotidianità e impedirci di vivere? 


“In questo momento un virus ci spaventa perché ci fa sentire di non avere controllo sulla nostra vita. In realtà potrebbe essere una crescita, per noi tutti, ricordare e accettare che ci sono aspetti che non controlleremo mai, perché fanno parte di quel mistero insoluto che è la vita e prima lo comprendiamo, meno energie sprechiamo per andar contro alla paura, cercando l'illusione del controllo.
La paura va accolta così com'è, come funzione protettiva, senza attivare le fantasie catastrofiche che, non tenendo conto dei dati di realtà, muovono il panico che abbassa la lucidità e fa salire le angosce.

Senza negare il pericolo reale, è importante mantenere aperto il pensiero, senza saturarlo in un unico pensiero, che non rinnovando la mente, la porta al burn out.
E che sia una quarantena di opportunità per tutti noi.”